
“Io, mio, da solo”: la nascita di un’identità tra i 18 e i 30 mesi.
“Io, mio, da solo”: la nascita di un’identità tra i 18 e i 30 mesi.
Un incontro sulla crescita tra i 18 e i 30 mesi.
Lo specchio.
C’è un giorno – nessuno sa dire quale, perché ogni creatura ha il suo tempo – in cui qualcosa cambia negli occhi di nostro figlio, di nostra figlia. Arriva un “no” detto con tutta la forza di un corpo piccolo. Una mano si sfila dalla nostra e cerca da sola il cucchiaio, la scarpa, la maniglia. Il bambino si guarda allo specchio e si ferma, un istante di troppo, come per verificare qualcosa: quella non è più solo un’immagine che si muove quando lui si muove. È lui.
La creatura di prima.
Il bambino di prima. al posto di bambino metti creatura .
Voi, da genitori, ve ne accorgete: e la prima reazione, spesso, è quasi un allarme – ma dov’è finito il bambino di prima, così morbido, così nostro? Quella creatura non se n’è andata da nessuna parte: sta solo, per la prima volta, prendendo le distanze da voi per potersi guardare da fuori.
“È mio”
Forse perché quello che sta nascendo non ha ancora un nome semplice: è la scoperta che io sono io, e non sono te.
E da questa scoperta comincia a distinguersi anche tutto il resto: questo è mio, questa è la mia scarpa, il mio cucchiaio, il mio “no”. Il possesso, a questa età, non è ancora avidità né dispetto: è il primo modo che una creatura ha per dire che esiste separatamente da noi. Ogni “è mio” pronunciato con quella intensità un po’ sproporzionata rispetto all’oggetto in questione, è in realtà una piccola dichiarazione di esistenza.
Il vasino.
Dentro questo stesso movimento arriva anche il controllo del corpo. E qui la tentazione, per noi adulti, è guardare il vasino come una tappa da insegnare, un’abilità da costruire con metodo e costanza. Ma se ci mettiamo dal punto di vista di chi lo vive, trattenere o lasciare andare è forse la prima decisione che una creatura può prendere davvero da sola, dentro il proprio corpo,
senza che nessun altro possa farlo al suo posto.
Cosa tengo, cosa dono, a chi e quando – non è un’abilità tecnica, è un atto di volontà. E come ogni atto di volontà non si insegna: si accoglie, si aspetta, gli si lascia il tempo di trovare la propria forma.
Faccio da solo/a.
Dice questa età, in tutto quello che tiene e che lascia andare. E forse a noi, in questo tempo, spetta un compito preciso: imparare a leggere in questo “da solo” non un rifiuto di noi, ma il primo passo di qualcuno che sta costruendo se stesso.
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