Niente, non c’è molto da dire: il dolore serve.
Prima lo capiamo e prima impariamo a conviverci, facendone magari punto di forza di quel preciso momento.

“Il parto più di ogni altro processo lavora e riattiva la cultura dell’accoglienza e dell’accettazione del dolore”, dice Verena Schmid alle famiglie, alle donne e alle professioniste durante la presentazione del suo libro Voglia di parto organizzata da Casa maternità Prima Luce.

La cultura e il valore che la società attribuisce al dolore incide sull’accettazione delle doglie in travaglio, modificando e influenzando anche la percezione individuale. Questo spiega perché seppur il processo sia uguale per tutte le donne, vi siano variabili diverse date da motivazione, accoglienza, comprensione e accettazione del processo.
Questo aspetto, che potremmo definire “sociale”, è stato dimostrato da alcuni studi condotti in diversi paesi del mondo, tra popoli che vivevano più a contatto con la natura e popoli di paesi più industrializzati, con una culturale accettazione del parto da un lato, con il supporto emotivo e la soddisfazione delle donne, o la medicalizzazione e l’alta incidenza di tagli cesarei, con meno soddisfazione da parte delle donne dall’altro.
Conoscere il significato del dolore del parto e offrire strumenti per affrontarlo -dice l’ostetrica fiorentina, fondatrice della Scuola Elementale di Arte Ostetrica- aumenta la motivazione e aiuta le coppie a interagire con l’evento, sentendosi protagonisti”.
Questo è possibile solo grazie ad un buon percorso di preparazione alla nascita; la gravidanza è il tempo in cui dovrebbero maturare scelte, è il tempo in cui allenarsi, sperimentando attraverso il corpo tutti quegli strumenti che saranno utili in travaglio: esercizi, posizioni, massaggi, uso del respiro e della voce.

Il dolore ha diversi significati, è il motore stesso del parto, attiva la donna e le sue risorse per aprirsi al bambino e aiutarlo a trovare la posizione per nascere, aiuta la donna a entrare in uno stato alterato di coscienza, che è la premessa per abbandonarsi e lasciarsi travolgere dalle endorfine, oppioidi naturali che vengono prodotti in misura crescente in travaglio.
“Ascoltare il corpo in travaglio aiuta la donna ad adattarsi e aprirsi in base ai segnali del bambino, ad assumere posizioni che proteggono il bambino da una eccessiva compressione, e che ne facilitino la discesa”. Quando togliamo il dolore, la donna non sente, non c’è direzione, il parto spesso si complica e aumentano gli interventi medici.

Poi c’è un’altra dimensione dolore, quella emotiva, legata alle sensazioni del momento e a come la mamma viene accolta e sostenuta, rispettata nelle sue scelte e aiutata.
L’assistenza ostetrica, specie nella continuità, ha la possibilità di lavorare su tutte e tre le dimensioni del dolore attraverso gli incontri in gravidanza, la relazione con la coppia, i corsi di accompagnamento alla nascita e l’assistenza al travaglio, in cui viene offerta l’analgesia fisiologica.

Ma se è vero che il dolore va capito e accolto, al contrario non è detto che si debbano rifiutare tutti gli interventi analgesici: “l’analgesia è importantissima se la donna sceglie senza invasione, liberamente e con grande consapevolezza. Mi piace pensare – continua Verena- che le ostetriche apparecchino la tavola con tutti gli strumenti che hanno a disposizione per la gestione del dolore (leciti nel rispetto della donna, del bambino e che non alterino il processo fisiologico della nascita), e sarà poi la donna a scegliere in base ai bisogni”. Ancora l’ostetrica, in un rapporto di fiducia, saprà consigliare la donna e guidarla in questo momento.
L’analgesia fisiologica può servire principalmente a ridurre la tensione locale fisica o a ridurre la tensione celebrale/emotiva: nel primo caso si “interverrà” con massaggi, guidando la respirazione o le posizioni, mentre nel secondo caso lasciando libera la donna o facilitando l’espressione del dolore, con la voce o con il libero movimento per esempio.

“Ma forse l’aspetto più importante dell’analgesia fisiologica è il dialogo interiore tra mamma e bimbo, una dimensione incredibilmente magica, una capacità e conoscenza che va imparata nel tempo, in quei nove mesi che abbiamo a disposizione in gravidanza, grazie alla guida discreta dell’ostetrica. Il dialogo, l’accoglienza, lo scambio e il contatto con il bambino vanno allenati perché poi, facile immaginarlo, sarà più facile aprirsi a qualcosa che si conosce. A qualcuno anzi”.

Ecco che la nascita si riappropria di quei significati fisiologici, emozionali, spirituali che la rendono così speciale, un imprinting unico nella vita di madre padre e bambino, una tappa a cui oggi abbiamo bisogno di prepararci.

L’accoglienza del dolore e la cultura del parto – Verena Schmid

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